sabato 14 settembre 2013

Ci avevamo creduto

Ci avevamo creduto.

Delle contrazioni durante il monitoraggio di martedì, non elevatissime non ravvicinatissime ma abbastanza da esser percepite e avermi fatto grondare di sudore. Poi la notte vengo svegliata da dolori tipo ciclo, anche in questo caso non contrazioni ma dolori costanti e intensi. La notte passa così movimentata in preda a queste fitte, e al dubbio amletico se andare o meno in ospedale, fino a quando non riesco a riaddormentarmi. Quando mi risveglio la mattina non ho più nessun dolore ma ho una sensazione di aver fatto una giornata di palestra per esercitare i muscoli a livello dell’internocoscia, una sensazione quanto meno bizzarra.

Nei due giorni successivi questi dolori vanno e vengono a loro piacimento, comparendo di giorno o di notte in base ai loro gusti, a casa o durante un aperitivo con gli amici.

Insomma ci avevamo creduto. Avevamo sperato che Nicolò avesse deciso di venire a farsi conoscere, o quanto meno avesse iniziato a preparare la valigia.

Ma invece il mandrillo ci ha ripensato.

Ieri altro monitoraggio. Quando l’infermiera mi lega alla macchina io ero in preda ai doloretti. Ero contenta, la macchina avrebbe rilevato delle contrazioni o qualsiasi cosa quei doloretti rappresentassero.

E invece nulla. Io grondavo sudore, ma quella zoccola di macchina non percepiva la minima traccia del nulla, uno zero carbonella, il niente che più niente non si può. Nessuna contrazione. Tutto fermo. Solo il movimento del bambino che in quel frangente sembra essersi fatto uno striscio di coca e aver iniziato a ballare una danza Maori.

La dottoressa fortunatamente venuta a controllare il tracciato, mi vede e percepisce che c’è qualcosa che non va a dispetto di quello che dice la macchina. Mi chiede se percepivo dei dolori. Le rispondo affermativamente. Decide di farmi una visita, nonostante per venerdì fosse previsto solo un monitoraggio.

Sono contenta, così capisco se lì in fondo al mar, in fondo al mar sta cambiando qualcosa, tipo che un salmone si prepara a saltar via.

Ma nulla. Il salmone manda a dire di star sereni, lui sta bene dove sta!
La dottoressa conferma quanto detto nell’ultima visita: parto chiuso, utero girato, bimbo felice.

In fondo al mar, in fondo al mar.
E non si rischia di abboccar no, non c'è un amo in fondo al mar.
La vita è ricca di bollicine, in fondo al mar, in fondo al mar. In fondo al mar, in fondo al mar.

Sconsolati quindi ce ne torniamo a casa, con i nostri doloretti, Nicolò sguazzante e saltellante, e l’utero perfettamente chiuso e all’attivo quattro monitoraggio in cui ci sentiamo allegramente beffeggiati da nostro figlio.

Primo monitoraggio: contrazioni ma di bassa entità che non le percepisco neanche
Secondo monitoraggio: calma piatta su tutti i fronti
Terzo monitoraggio: contrazioni
Quarto monitoraggio: calma piatta su tutti i fronti (ma io percepisco dolore)

Lunedì finisco il tempo. Giorno 16 è la mia dpp. Farò un altro monitoraggio.

Venghino signori venghino….. altro giro altra corsa…

Lo spettacolo lo offre Fagiolino. Spettacolo lungo. Lui dice che si va ai tempi supplementari se non proprio ai calci di rigore.























martedì 10 settembre 2013

Mio figlio è un salmone

Salmone: Salmone è il termine comunemente usato per indicare diverse specie della famiglia Salmonidae, che conta undici generi e sessantasei specie.


Tutti i salmoni si riproducono in acque dolci fredde ed ossigenate e sono caratterizzati da abitudini anadrome: trascorrono la vita adulta in mare e durante il periodo della riproduzione risalgono i fiumi controcorrente  per ritornare nel torrente in cui sono nati. Per riuscirci, si fanno guidare dal sole quando si trovano nell'oceano e dal senso dell'olfatto quando si trovano vicini alla costa, riuscendo così a riconoscere le caratteristiche dell'acqua natia.


L’ultima volta che scrivevo ero a) gravida b) insonne c) incazzata. Al momento la situazione è cambiata di poco, continuo ad essere a) gravida e b) insonne ed ho trasformato la mia ultima me da c) incazzata a c)stressata, sfiancata, avvilita, esausta o ogni altro sinonimo a vostra scelta.

Ho iniziato la fase dei monitoraggi. Nicolò ha la voglia di uscire dal mio pancione pari a quella di una gazzella di farsi una passeggiata nella gabbia dei leoni.

Il parto è chiuso, l’utero non girato, il bimbo sereno. I movimenti del mio utero sono mare forza olio.

Durante il monitoraggio il rivelatore del bambino ogni tanto perdeva il segnale inquietandomi non poco. L’infermiera è venuta subito a controllare, quando le ho chiesto di dare un’occhiata al tracciato frammentato. Mi ha poi tranquillizzato dicendomi che il bambino si era spostato ed ha alzato la cintura per direzionarla nuovamente in posizione del cuore.


Nicolò ha continuato a spostarsi per due tre volte, sempre verso l’alto, facendo impazzire il macchinario e l’infermiera. La donna un po’ perplessa per questa caccia al bambino ha chiamato persino la ginecologa per far verificare lo strano fenomeno. Fortunatamente la dottoressa ha benedetto l’avvenimento con diagnosi di “bambino che zompa allegramente”.

Alla fine quando mi è stata tolta la cintura è stato sancito scherzosamente

“Signora suo figlio ha voglia zero di uscire. Anzi fa come i salmoni, va contro corrente, risale il torrente”

Perfetto!

Mi sono messa a ridere. Un figlio cuor di leone, che pur di non avvicinarsi al parto, prova a far l’acrobata attraverso le pareti della placenta. Un figlio geneticamente in sintonia con i propri genitori.

Me lo sono immaginato puntare i piedi lungo l’utero e risalire contro corrente attraverso i declivi della placenta tirando il cordone ombelicale tipo climbing. Mi sono chiesta se in presenza di un ecografo ci avesse mandato l’immagine di se con un sorriso e un bel terzo dito in primo piano.

Mancano sei giorni alla dpp, ma non mi sembra che mio figlio  sia minimamente interessato alla questione.
Giorno 19 è luna piena, e si dice che ci sia una maggiore frequenza di parti in prossimità di questo fenomeno celeste (saranno 3 giorni dopo la dpp). Per quanto bislacca possa sembrare questa tesi, devo dire che tre mie amiche ultimamente hanno partorito tutte con la luna piena. Ormai mi affido spero e credo in tutto.

Chissà che Nicolò non si decida in quel giorno di far capoccetta per veder quanto meravigliosa possa essere una sfera luminosa su una coperta blu trapuntata di stelle.

Chissà!

Ad ogni modo è possibile che venga ricoverata giorno 16, o giù di lì, quindi subito dopo la scadenza della data presunta parto, per poter esser maggiormente sorvegliata da un punto di vista medico. Dieci giorni altri di tregua e poi Nicolò climbing o non climbing, suo malgrado dovrà beccare l’uscita giusta.

Sarebbe gentile da parte sua.

PS: le foto sono da i-phone, quindi la qualità è comsì comsà

mercoledì 4 settembre 2013

Bussola scrive alle tre di notte

Sono le due di notte e sono a) gravida b) insonne c) incazzata, indi per cui avendo finito da un pezzo i greggi di pecore da contare, ho deciso di rinunciare completamente all’idea di addormentarmi, alzarmi definitivamente dal letto e mettermi a scrivere.

Scrivere è terapeutico. In genere mi fa sentire meglio.

Mi succedeva anche alle medie, quando ero un corpo in preda agli ormoni adolescenziali e piangevo un giorno si e l’altro anche, per gravi complicanze universali, come l’unghia incarnita o il colore troppo acceso dello smalto. Tanto per dare sfogo a questa alchimia di molecole che mi giravano nel sangue, scrivevo, scrivevo, scrivevo e scrivendo mi sentivo meglio. Scrivevo una sorta di temi, di cui io stessa mi davo i titoli, e poco ci mancava per cui non mi dessi anche il voto.

Conservo ancora adesso quei temi, raccolti in fogli protocolli, infilati gli uni dentro gli altri, buoni e giudiziosi. Se ne stanno nella loro scatola di latta in paziente attesa di esser rispolverati.

Son certi sofloni, che avrebbero fatto scendere il latte alle ginocchia pure a Kant, se avesse avuto il dispiacere di poterli leggere.  Eppure io appena poggiavo la penna sul tavolo, a componimento concluso, mi sentivo come Dante quando pose  fine all’ultimo verso del Paradiso. Mi sentivo in Paradiso appunto.

Cioè io non c’ero quando  Dante finì la divina commedia, né ho conosciuto qualcuno che potesse raccontarmelo, ma me lo immagino gongolante e soddisfatto, si riesco ad immaginarlo. Che poi i critici letterari si son fatti tante pippe letterarie sul simbolismo dantesco, di cui nutro seri dubbi che rispecchiassero effettivamente le intenzioni di Dante e vedi te che io ora non posso immaginarmelo gongolante a   opera conclusa?! Chi dice di no? Vi ricordo che sono a) gravida b) insonne c) incazzata e che pertanto non rispondo delle mie azioni.

Dopo aver scritto mi sentivo rinfrancata, avevo lasciato su carta tutta la mia malinconia, le mie problematiche esistenziali (quel ragazzo che ha abbassato lo sguardo mentre camminavo ha avuto un problema di un moscerino in un occhio o si è intimidito travolto dalla forte passione nei mie confronti?) , le mie angosce (il colore dello smalto del piede si intona alla nuance della borsetta), e libera da tutti questi interrogativi cosmici potevo tornare alle mie cose insane quotidiane, leggera come un fringuello.

Questi componimenti di letteratura sopraffina, per quanto generati da questioni di discutibile gravità, avevano la pretesa di affrontare grandi interrogativi sociali: la vita, l’amicizia, il senso della vita, il futuro. Se dico sofloni, mica esagero, son sofloni in tutto il loro splendore!

A rileggere quei temi ne uscirebbe un quadro di una persona del genere:

Individuo sesso femminile, caucasico, affetto da disturbi della personalità. Soggetto introverso poco incline alla socializzazione, segnato da cicatrici mai rigenerate dovute a gravi traumi giovanili non ancora metabolizzati. Predisposto al pianto e alla autocommiserazione necessita di urgente trattamento farmacologico.

In realtà, io ero tutto tranne questo. In quei momenti avevo però bisogno di scavare dentro di me, per fare uscire il peggio, per potermene in qualche modo liberare. Il peggio rimaneva quindi intrappolato su quelle pagine e io mi sentivo meglio, libera e leggera.

Non amo rileggere quindi quei testi, perché c’è il peggio di Bussola, la parte più fragile, più vulnerabile, che dice di esser forte, ma che nel momento in cui sente il bisogno di scriverlo è perché in realtà non si sente tale. In quei testi manca il meglio, la Bussola innamorata dei primi ragazzini, le amicizie che allora  sembravano indissolubili e che poi con il tempo si perdono come neve al sole, le risate con sua sorella, le prime soddisfazioni sui banche di scuola, le corse in campagna con il fido cane e tanto altro.

Purtroppo quell’angolo di Bussola è tralasciato, perché gridiamo al mondo quando ci sentiamo piccoli e non quando ci sentiamo forti. Quando siam forti, lo siamo e basta, e lo diamo per scontato.

Purtroppo se sentiamo la necessità di aprire una finestra di casa e di gridare al mondo, forse vogliamo solo che il mondo si accorga di noi, perché siam piccoli. Se ci sentiamo forti, chi minchia se ne frega che il mondo non si accorge di noi? ma chi minchia è questo mondo poi?
(Si vede che con la gravidanza mi sto facendo una cura di Montalbano?)



Non so se questo post ha un senso, probabilmente riletto di giorno non ne ha alcuno, però i cantanti scrivono di notte, gli scrittori la notte compongono i libri, e vi pare che Bussola non ha diritto a battere due tasti sulla tastiera alle tre di notte.

Del resto Bussola come quando aveva dodici anni, in questo momento si sente piccola e vorrebbe gridare al mondo.

Ma chi minchia è questo mondo poi?



L'ultima ecografia: livello superato

La nostra ultima ecografia. Livello completato.


La gravidanza è come un gioco a punti che dura nove mesi.

Il primo livello è quello più duro, dura tre mesi, e sei sempre a rischio. Vorresti urlare, gridare al mondo che stai per diventare madre, ma sei come dentro una pentola a pressione, il rischio di incedenti di percorso in questa fase non è trascurabile, quindi incroci le dita e sussurri al mondo, che forse, che se tutto va bene, se Marte, si incontra con Giove, mentre Plutone è affacciato alla finestra, tu magari potresti diventare madre, ma deve essere comunque una giornata di sole.

Quando finalmente tiri un sospiro di sollievo che il terzo mese di gravidanza è superato ti si presenta la carta “imprevisti e probabilità”: l’amniocentesi o il bi-test. E se il bambino ha la sindrome di Down, che faccio? O un’altra patologia? Non sai dirlo, non sei certa di nulla, e non vuoi neanche porti davanti a simili interrogativi, proprio non sapresti come approcciarli, non vuoi giudicare la vita o la morte, non sai nemmeno dove sono di casa. Rimani quindi con il fiato sospeso fino all’arrivo dei risultati.

Ma ti dice culo, e il tuo bambino è sano. Vai avanti un giro.

Nuova carta “imprevisti e probabilità”: la morfologica. Hai un cuore, un cervello, due mani, due piedi, due reni, uno stomaco, una manciata di ossa, un naso a patata una boccuccia e tanto altro da controllare. Il medico ovviamente non ti dice nulla mentre tuo figlio è come passato al metal detector dell’aeroporto. Visto che lui non ti dice nulla, tu cerchi di interpretare  le immagini in bianco e nero che ti compaiono sul monitor. “mano con cinque dita: ok. Porto a casa, indipendentemente che sia destra o sinistra” “Quello è un osso, ok porto a casa, sia esso omero o femore”. “Macchia sconosciuta non interpretata porto a casa lo stesso, prima o poi capirò a cosa serve.”

Sorvolo il fatto che alla fine della nostra partita quando andammo a contare gli organi che portavamo nel sacco a noi mancava all’appello un rene. Il rene lo ritrovammo tre giorni dopo. E’ tutto scritto qui 

Finisce la morfologica e il medico ti dice “Signora è tutto in ordine, non è stata rilevata nessuna problematica” poi aggiunge perché tu non possa mai sentirti serena “ovviamente intendo di quelle riscontrabili con questo tipo di indagine”.

Insomma sai che hai superato il livello morfologica, ma lui ti insinua comunque il dubbio: non ti devi rilassare troppo perché il pericolo è sempre in agguato, potresti cadere al prossimo step.

Mese dopo mese, analisi dopo analisi, tu collezioni punti, ringrazi il cielo e porti a casa.

Ora hai finito il livello ecografia. E ti senti una diciottenne che ha appena terminato l’esame di maturità. Ed un esame un po’ lo è stato.

Avevi fatto il controllo  e il medico ti aveva detto che tutto andava bene potevi quindi rivestirti. Senza fiatare ti sei seduta sul lettino, ti sei asciugata con un pezzo di carta il gel sulla pancia e ti stai per alzare quando l’assistente sussurra una cosa al medico.

“Mi scusi si riaccomodi, ci è venuto il dubbio di una cosa” vocalizza il medico mentre tu hai già un piede sul suolo.

Tu vai nel panico

“c’è qualche problema?”

Lui ti dice no, ma tu sei già nel panico. Anche quando c’è stato il problema del rene, lui ha aspettato prima di allarmarti. E che cavolo, un imprevisto però ora non sarebbe giusto! Cioè non è mai giusto, ma al nono mese è proprio un’infamata.

Poi invece scopri che effettivamente non c’è nessun problema dopo qualche minuto ti puoi alzare questa volta definitivamente. Ritiri il tuo referto, la tua ricevuta fiscale, e porti a casa il livello completato.

Insomma questa è stata la nostra ultima ecografia. Ci è capitato come quando all’università dopo un esame difficile il professore dice “le do 27” e tu sei contento stai per schizzare dalla sedia, ma lui ci ripensa e aggiunge “le faccio un’altra domanda per il 28”.
E tu pensi “ma chi minchia te lo ha chiesto il 28?!?!? scrivi sto benedetto 27 e lasciami andare a casa!”.
Per fortuna poi  la domanda la sapevamo e non abbiamo rischiato di mandare a puttane anche il 27. O almeno in questo caso la sapeva Nicolò, che poi il vero interrogato della questione era lui.

Da ieri  sono al livello successivo: i monitoraggi.

L’ultimo livello di questo gioco. Se superiamo questo livello, se superiamo l’ultima carta “imprevisti e probabilità: il parto”, alla fine vinciamo un bambino! Uno di quelli veri in carne ed ossa, che frignano, fanno la pappa, la pipì e la popò e non quelli in gomma che si vincono al tiro a segno.

Insomma quasi ci siamo. Fateci un grosso in bocca al lupo!

Vi lascio le foto di una gitarella a Gaeta e delle mie rotondità.

















giovedì 29 agosto 2013

Puoi dirgli qualcosa....

Qui il tempo passa lentamente. Ormai si fa il conto alla rovescia dei giorni che mancano, alla dpp sperando che sia un minimo indicativa della data effettiva del parto. Che poi è un po’ come fare il conto delle ricotte: Nicolò quando si sentirà pronto uscirà fuori, sbattendosene delle lune piene, dei conti della ginecologa, dell’altezza della mia pancia o di ogni altra corbelleria.

Io sto bene. Qui tutto tace. Nulla all’orizzonte che possa far pensare che Nicolò decida in qualche modo di fare un’improvvisata. La ginecologa dice che il bimbo è ancora alto. Considerando che io sono nata venti giorni dopo la data presunta parto, Nicolò sembra voler rispettare i primati di famiglia, e fare altrettanto. La dottoressa comunque mi ha confermato che al massimo si aspetterà il 26 Settembre, dopo di che il vitellozzo volente o nolente di lì trasloca.

Giorno due settembre ho la visita con l’ecografista, sapremo quindi a quanto è arrivato a pesare il nostro vitellozzo. Io sono a dieta ferrea, sotto ricatto stretto della ginecologa. Ho perso anche due chili dal rientro delle vacanze, e stringo le mascelle per mantenere il peso per il prossimo incontro, per farmi dare quella pacca sulla spalla di lavoro ben fatto dopo la cazziata dell’ultima visita. Durante le vacanze estive mi ero lasciata un po’ andare, addio dieta, addio restrizioni, libera di anima e di spirito, godevo come un fringuello del sole e del mare… e poi eccola là…etvoilà ….quella zoccola di bilancia ti sgama subito… e non ci pensa due minuti a fare la spia con chi di dovere. Risultato: una dieta a base solo di proteine e vitamine, i carboidrati esclusi in ogni loro forma. Addio persino la frutta!

Ieri mentre giravamo per gli ultimi acquisti per la valigia dell’ospedale, per poco non raggiungo l’orgasmo passando davanti ad una pizzeria al taglio.

“Manca poco, passerà” mi ha detto Fab, trascinandomi via, mentre io finivo di trastullare le mie papille olfattive in quell’apoteosi di goduria.

Vorrei fare qualche piccola gitarella prima del grande giorno, qualcosa per godermi questi ultimi giorni in due e mezzo, ma ancora non è ben chiaro cosa. Purtroppo soffro in quest’ultimo periodo di piedi gonfi, e uno in particolar modo quando cammino troppo si indolenzisce tanto, per cui inizio a zoppicare. Dovrei trovare quindi qualcosa di tranquillo da fare senza affaticarmi troppo.

Due giorni fa è stato il quinto compleanno di Leo, il nipote di Fab. Siamo quindi andati nella loro casa in affitto al mare verso Roma nord per un’ ultima boccata di Iodio della stagione. C’è chi dice che dall’ecografia Nicolò sembra fisicamente assomigliare a Leo, per quanto non è una somiglianza dalla mia parte, non mi dispiacerebbe, adoro Leo, è il classico bambino tirabaci.

E’ inutile dire che il mio pancione ha attirato la curiosità di grandi e di piccini. I più piccoli, quindi tutti i nipoti di Fab, ne erano praticamente ipnotizzati. Ho avuto per gran parte del tempo uno stuolo di occhietti neri e vispi che mi tempestavano di domande sulla posizione del cugino nella pancia, su cosa fa, su come ci sia finito lì, su quando esce, sul fatto se io sia costretta a mangiare solo cose non dure perché poi il cuginetto non avendo i denti e non saprebbe come masticarle e tanto altro.

E poi l’immancabile


-          "Zia per favore, puoi dire di fare un’altra capriola, perché si è appena fermato! Va bene anche se tira un calcio 











venerdì 23 agosto 2013

Le cazzate di quando non accendi il cervello

Il fatto che vado a raccontare è avvenuto un paio di anni fa, non ora per fortuna che sono in attesa, le cui implicazioni sarebbero potuto essere devastanti. Ma a pensarci bene nello stato di gravidanza la probabilità di trovarmi in una situazione analoga sarebbero state veramente remote.

Ho impiegato due anni a metabolizzare la minchiata fatta. Ma ora ne sono fuori! Lo posso raccontare. Faccio outing! J

Era agosto di due anni fa e io stavo al mare. Era la malefica settimana del ciclo, e non avevo nessuna voglia di rinunciare a un giorno di mare, visti i miei contati giorni di ferie.

Non sono mai stata una fanatica dell’assorbente interno, anzi ad esser sincera, riservo nello stesso delle silenti ostilità. Ho la infantile fobia che una volta inseritolo, camminando quel bischero si animi di vita propria e vada a salire su su lungo i miei appariti interni fino a far perder le proprie tracce e di quella beffarda coda di cotone che si porta dietro. Odio inoltre quella sensazione di “frisa sponzata” (espressione che solo un salentino può capire) che acquista dopo un bagno in mare un po’ troppo lungo o dopo che sia passato un po’ troppo tempo da quando è stato inserito.

Bisogna ad ogni modo riconoscere al suppostone cotonato che se sei al mare, e sei nella tua settimana no, lui è l’unico in grado di svoltarti la giornata.

Quella settimana di due anni fa era appunto la mia settimana no, ed io volevo andare a mare. Non avevo quindi altra alternativa che guardare in faccia l’assorbente interno, e rivolgermi ai suoi servigi.
Dopo le prime perplessità, metti oggi e metti domani, alla fine non dico che io e l’assorbente interno eravamo diventati amici, ma almeno ci guardavamo con minore ostilità.

Le giornate passavano tranquille, io e Sorby (l’assorbente) sguazzavamo sincroni e serafici nel blu dipinto di blu del mare.

Al quinto giorno mi alzai con un fortissimo mal di testa. Se io ho il ciclo, è legge che  nella settimana della sfiga becco nel pacchetto anche il mal di testa, che in genere compare il primo giorno, ma può avvenire anche a fine ciclo, oppure ad inizio e fine, quando mi dice parecchia iella. Quella settimana mi comparve appunto a fine ciclo.

Se il ciclo non mi aveva fatto desistere dall’andare al mare, figuriamoci se mi facevo fermare dal mal di testa?! Senza pensarci due volte andai in bagno e presi un antidolorifico. Essendo un mal di testa particolarmente importante preferii prendere un medicinale non per bocca ma per supposta, che è una via che preferisco in situazioni estreme. Normalmente quando il mal di testa è molto forte, il rischio che poi il medicinale preso per bocca venga restituito dopo due nanosecondi al wc  è sempre molto elevato. Ok, ora la smetto con l’angolo splatter. Ad ogni modo è per quel motivo che avevo preferito un farmaco non per bocca.

E qui arriva il bello!

Io penso avessi il cervello annebbiato da mal di testa, a distanza di due anni non riesco a trovare altra spiegazione, fatto sta che a furia di indossare assorbenti interni in quella settimana, ero molto più abituata a quella via di ingresso, che a quella posteriore, inserii  quindi la supposta nel cancello sbagliato. Un po’ come quando hai abitato per dieci anni in una casa, e poi dopo un trasloco ti metti in macchina a fine lavoro, e imbocchi sovrappensiero la vecchia via di casa e non la nuova. Mi era capitato la stessa cosa, peccato io non avessi la retromarcia.

Ho impiegato una frazione di secondo per rendermi conto della minchiata che avevo appena fatto e della tragedia in cui mi stavo per imbattere.

“Bussola respira” ho pensato “Non farti prendere dal panico!”

Potevo cercare di tirarla fuori. Ma pensate si possa tirar via una supposta con tanta facilità, soprattutto quando fuori, è una mattina di agosto e ci sono 40 gradi all’ombra, e la supposta in pochi attimi diventa della consistenza di un frappè? La prima ipotesi era da scartare.

Potevo andare in ospedale. E chi trovava il coraggio di raccontare al dottore vis a vis la dinamica dell’accaduto? E poi finchè fossi arrivata all’ospedale cosa ne sarebbe rimasto di quella supposta?

Potevo pregare il Signore, anche se con buone probabilità aveva già visto tutto ed era al corrente della situazione e mi aveva trovata così idiota da non volermi dare una mano. A scanso di equivoci, pregai.

Decisi di riflettere su cosa mi poteva accadere se non avessi fatto nulla. Il dosaggio era quello giusto, quindi non rischiavo avvelenamenti. La via di somministrazione era differente, quindi poteva succedere che l’assorbimento del farmaco venisse rallentato o che non ci fosse proprio. Non avevo nessuna intenzione di perorare nell’errore, quindi quello che era accaduto sarebbe avvenuto una volta sola.

Mentre ero immersa in simili pensieri, sentivo una piacevole frescura del farmaco che si scioglieva, diradarsi da parti non proprio consone del mio corpo.

Alla fine decisi di aspettare gli eventi, strategia consona ai pusillanimi, ma avvisai comunque mia madre, di quello che avevo combinato, nel caso la cosa avesse preso una piega imprevista.

Dal fatto che io scriva capirete che non mi accadde nulla, anzi mi passò persino il mal di testa. Non saprei dire se il mal di testa sparì per il farmaco, per la paura della minchiata fatta, per la gioia di esser ancora viva, o per tutte e tre le cose insieme, ad ogni modo sparì.

Su questa storia mi son fatta grassissime risate con le mie colleghe. Solo dopo due anni.

Forse a pensarci bene sarei potuta andare in ospedale, magari una lavanda vaginale non mi avrebbe fatto male, se doveste capitare a voi magari siate meno pusillanimi.


Se doveste capitare a voi magari accendete il cervello prima di prendere un farmaco!

mercoledì 21 agosto 2013

C'è un tempo per tutto

C’è un tempo per tutto, un tempo per andare, uno per tornare, uno per partire e uno per restare. Questo per me è il tempo di partire. Le vacanze sono giunte al loro tramonto, e con loro anche una parte della mia vita. Mancherà poco e presto da coppia diventeremo famiglia, arricchiti da questa nuova nascita.

Sono contenta, agitata, trepidante. Ho voglia di conoscere Nicolò che ormai in questo pancione si è fatto un ometto. Non sento più i suoi calci, segno che per lui lo spazio si è fatto angusto, ma lo percepisco strusciare lungo le pareti, un braccino, una gambina, il culetto o chissà.

Ci sono momenti in cui vorrei che il tempo accelerasse, che il giorno in cui i nostri sguardi si incontreranno fosse già domani, e altri momenti in cui progetto piccoli spazi per me e Fab, dove poterci godere gli ultimi istanti di coppia. Ma tanto al tempo non si comanda, e sarà lui a decidere quando i giorni saranno maturi.



Non poteva esistere posto migliore per ritirarsi prima del grande evento se non casa, in prossimità di quel mare che mi ha visto bambina, poi adolescente e infine ora quasi madre.

La mia famiglia ha accolto questo mio ritorno all’ovile, di durata straordinaria dato il permesso lavorativo di maternità, con la magia del caso. Amici, parenti e conoscenti sono passati a salutarmi, a donarmi piccoli pensierini, a dirmi di tenere duro che mancava poco. Mi sono sentita un po’ Sant’Anna.

In spiaggia il mio pancione è stato calamita di chiacchiere e conoscenze. Un po’ come capita all’uomo con suo figlio a passaggio da solo in un parco… il rimorchio è assicurato. La donna con il pancione il rimorchio lo fa fuggire come la peste, ma ad ogni modo attira come non poche, domande e curiosità di altri soggetti femminili che poggiano lo sguardo sul suo mappamondo.

Non penso di aver mai parlato tanto in spiaggia come quest’anno, non penso di aver mai letto così poco come in questi giorni.



Io e Nicolò ad ogni modo non ci siamo scoraggiati, ci siamo sollazzati in questi giorni di notorietà improvvisa. Alcuni turisti hanno fatto persino una scommessa sul numero di bambini nel pancione, e noi dall’alto delle nostre rotondità abbiamo risposto
“uno che vale per due!” .

Avevamo fatto del nostro meglio per non darci delle arie, ma davanti a quella domanda, non ci siamo riusciti, ci siamo un po’ pavoneggiati.
Il mare ad ogni modo ci ha fatto bene.

Tenere in ammollo i piedoni da Fiona di Shrek è stato appagante, e anche la schiena ha potuto godere del ristoro di perdere parte del peso del pancione grazie all’aiuto dell’acqua.

Ho la fortuna di poter dire che la mia gravidanza è stata serena, senza nausee, minacce d’aborto, malesseri o altro, eppure in questo ultimo periodo il peso del bambino un po’ lo patisco, e i piedi e la schiena sono quelli che maggiormente son tenuti a tenere la botta. Il mare per loro è stato un ottimo alleato.



Il sole bacia i belli, come dice Fab, e noi ci siamo fatti slinguazzare tutti, opportunamente protetti da creme e cremine. Torniamo a Roma con una bella doratura.

Mi diverto con Fab dicendo che Nicolò quando nasce sarà abbronzato anche lui, ma Fab non ci sta “Se è troppo abbronzato io mi preoccupo”. Del resto come ragionamento non fa un piega.





E’ arrivato quindi il momento di dire addio a queste vacanze, al sole, al mare, ai parenti, in attesa di questa nuova stagione che presto esploderà nelle nostre vite.

Non potevamo salutare però questa mia meravigliosa terra senza farci un giro di pizzica, e così sulle note de lu rusciu de lu mare, Bussola Fab e Nicolò hanno detto addio all’estate, come una vera famiglia di ippopotami.

Ballare la pizzica al nono mese di gravidanza non ha prezzo!

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